La Vergine delle rocce
Febbraio 13, 2008 di Marta Cristina

Credo che l’opera d’arte sia quel momento unico in cui l’uomo riesce a trascendere se stesso, arrende la sua mente ed ascolta il Divino che gli parla, diventando suo strumento. Attingendo all’Inconscio collettivo (se lo vogliamo dire con le parole di Jung) si diventa veicoli di un messaggio universale…viene così fuori quello che il Romanticismo ha indicato come Genio e che nel nostro caso si chiama Leonardo da Vinci. ( Anchiano di Vinci, Firenze, 1452-Amboise, Francia, 1519)
Sembra che Leonardo sia stata una persona molto diversa dai contemporanei; immaginate il pieno Rinascimento fiorentino. L’uomo è tutto tronfio perchè pensa di aver individuato nella ragione non solo il suo elemento fondante, ma anche l’unico strumento d’indagine della realtà; i risultati in campo pittorico bastano ad indicarci quanto sia invece distante dalla verità.
La prospettiva...la prospettiva non esiste…stiamo parlando di una costruzione geometrica; si tratta di uno o due punti di vista, laterali o centrale, che permettono una sola visuale, mentre in verità gli occhi sono mobili. Da questi partono poi linee su cui si va a posizionare tutto ciò che si vede intorno; abbiamo a che fare proprio con la volontà di comprendere tutto e di poterlo rappresentare secondo uno sforzo mentale, non per quello che è. Ciò denota proprio il limite umano, un ingabbiamento che è una necessaria conseguenza se si vuole abbracciare qualcosa che forse non è raggiungibile fino in fondo. L’eroe dell’epoca fu
“David”; che venisse rappresentato languido o assorto nei pensieri della sua grande testa, è lui il personaggio più amato, la razionalità che sconfigge l’ignoranza e la brutalità del gigante Golia.
Tutto gira intorno all’uomo come mente, ragione. Perché in occidente si è sempre data importanza ai tentativi fatti in questa direzione? Non è possibile pensare, concepire l’altro dall’essere umano? Ieri la difficoltà si presentava nei confronti della natura…oggi nei rapporti tra culture, etnie…nell’affrontare tecniche, medicine che con la stretta razionalità non hanno molto a che fare…perché possiamo accettare di avere dei sentimenti, di agire con il cuore, per amore ma non di curarci con lo yoga o l’omeopatia?
Leonardo fu un rivoluzionario ai tempi della rivoluzione; mentre la maggiorparte degli artisti vivono nelle corti, frequentano le botteghe dei maestri fiorentini più famosi, lui, per buona parte della vita, conduce la sua ricerca in maniera autonoma e solitaria a stretto contatto con una natura che non accetta di sottomettere alla ragione. Indaga curioso, ma possiede l’umiltà del dubbio e conosce i confini della mente; è proprio perché riesce a vederla, che la trascende, dando vita ad un capolavoro dietro l’altro.
Abbandona quindi la prospettiva geometrica appena scoperta ed usata da tutti, e rende invece lo spazio in maniera molto più realistica, con un altro tipo di prospettiva, quella aerea e cromatica. Grazie ad un’indagine scientifica sincera, si rende conto dell’esistenza dell’aria, di strati d’aria sempre più densi verso il basso ed in lontananza; è per questo che i suoi volumi sono sempre meno definiti sullo sfondo ( il nostro occhio non in grado di percepirli in maniera netta come gli oggetti vicini) ed assumono un colore sempre più tendente al bianco per il fenomeno dell’atmosfera.
E’ proprio questa volontà di rigorosa rappresentazione della realtà che arriva però a regalare alle sue opere un affascinante alone di mistero, del mistero che è insito in tutte le cose e che lui accetta serenamente, anzi lo esalta quasi a volerci indicare la presenza del Divino nella realtà che proprio una ragione illuminata arriva a scoprire.
Nella Vergine delle rocce (1483) dal fondo arriva un controluce che sfiorando il paesaggio roccioso giunge ad accarezzare dolcemente i personaggi in primo piano che sono armonicamente e liberamente inseriti nel paesaggio. Leonardo non usa la linea di contorno delle figure, che appartiene alla tradizione rinascimentale e fiorentina, e che le separa dal fondo mettendo in risalto i volumi; utilizza invece un tratto discontinuo che non vuole delimitare ma accennare perché non tutto può essere rappresentato a pieno. Preferisce il colore, toni che sfumano così da creare una fusione totale nel passaggio da un elemento all’altro della composizione, che sia umana o naturale creando uno straordinario senso d’unità. I suoi personaggi non sono legati dalla gabbia prospettica ma uniti dai gesti, gli sguardi, tutto quell’universo emotivo che c’è dietro e che viene solo suggerito allo spettatore. Osserviamo le mani di Maria; una è posata su S.Giovanni Battista, l’altra protesa a protezione di Gesù che sta benedicendo e che si trova più in là perché il suo è un destino diverso, presto il figlio le verrà tolto. L’angelo, che appare in un atteggiamento più distaccato, sembra indicare la scena per rendere partecipi anche noi delle emozioni, dell’affetto, non del dramma che in Leonardo non trova spazio. La soavità delle figure non necessita della convenzionalità dell’areola sulle loro teste per farci sapere chi sono…forse perché il Divino non è così lontano dall’umano…perché esiste un aspetto, un’energia di natura celeste all’interno di tutte le cose…La scena sembra avvolta da un impercettibile velo di amore che ci fa soffermare lo sguardo sulla pacatezza, la luce di gioia serena dei volti, la stessa pace che risiede nel paesaggio naturale.


