Ispirazione Divina e Arte (parte 3 di 4)
Marzo 21, 2008 di giorgio1977
da Knowledge of Reality, Cultura universale e spiritualità (n. 9) di Max Lieberman & Michael McFadden.

( … prosegue dalla seconda parte … )
Esse sono evocative dello stato ultimo di illuminazione chiamato dai Buddisti Nirvana, che significa senza vento ed implica uno stato di completo vuoto. Tutte fanno pensare all’artista come nave dell’accoglienza per quella qualità sottile di cui abbiamo parlato prima, e che è stata chiamata con molti nomi differenti: il ‘qualcosa di più’ di Rodin, le ‘sottili emozioni al di là delle parole’ di Kandinsky, la ‘realtà assoluta’ dei monaci Zen, l’eterno, il sublime, il divino: Dio. Jung ci fornì probabilmente l’opportunità di capire che cosa questi artisti stavano esprimendo attraverso le loro opere, delineando quello che egli chiamò Inconscio.
Jung descrisse l’inconscio come quella parte della psiche dove sono immagazzinate tutte le esperienze e le memorie che non possono essere contenute dalla portata limitata della coscienza. Così, nell’inconscio, non esistono solo i ricordi di un individuo ma anche le rappresentazioni simboliche di antiche conoscenze proprie della natura umana: una specie di memoria di razza, che trascende i limiti culturali e trasmette la comune eredità psicologica del genere umano. Jung suggerisce che, se un individuo è capace di integrare l’attività conscia e l’esperienza con l’attività dell’inconscio e le sue vive e potenti idee, egli recita la parte della musa della mitologia Greca. Tale operazione, guidando ed ispirando l’artista, lo rende capace di creare opere che esprimono la forza e la complessità, la santità delle antiche intuizioni connaturate alla natura umana.

Jung concluse che l’inconscio era lo stimolo principale dietro l’espressione umana, e che la validità e la patologia di quell’espressione dipendevano dalla capacità dell’individuo di integrare le intuizioni fantastiche e creative dell’inconscio nel conscio.
L’azione dell’inconscio è, infatti, particolarmente evidente nella produzione di pensieri ed idee che non sono mai emerse prima a livello conscio. Molti artisti, scienziati e filosofi dichiarano che la maggior parte delle loro sconvolgenti scoperte ed ispirazioni apparvero spontaneamente ed apparentemente dal nulla, molti attribuendole all’esperienza mistica che corrisponde, grossolanamente, alla descrizione junghiana dei processi dell’inconscio.
L’azione dell’inconscio che produce tali scoperte è illustrata nell’esperienza di un notevole numero di grandi scienziati.
Il chimico francese Kekule deve la scoperta dell’anello di benzene al sogno di un serpente con la coda in bocca: un antico simbolo che può essere trovato in testi datati migliaia di anni fa. Anche il filosofo francese Descartes ed il matematico Poincare debbono le loro importanti scoperte - come essi stessi raccontano - ad improvvise e pittoriche rivelazioni provenienti dall’inconscio.
E’ significativo come tali esperienze siano denunciate proprio nel campo della scienza, in quanto è proprio la prospettiva scientifica e razionalista che ha guidato la svalutazione di tali esperienze, particolarmente nel ventesimo secolo. Periodo nel quale, osserva Jung siamo stati talmente accecati dalle nostre scoperte scientifiche e tecnologiche da dimenticare l’antica idea che Dio parla attraverso i sogni e le visioni.
Albert Einstein, universalmente riconosciuto come il più grande scienziati di questo secolo, concorda con Jung credendo che “le idee vengono da Dio” e riconoscendo implicitamente il ruolo della rivelazione divina nel suo personale grande contributo alla scienza, la teoria della “relatività”.
Allo stesso modo Pablo Picasso, l’artista più famoso del ventesimo secolo, rifiutando tutte le interpretazioni schematiche, tecniche e intellettuali della sua pittura, diventata così di moda, disse: “…va detto che una pittura è quello che è, e che la sua forza dipende dal fatto che è stata toccata da Dio” [E interrogato su come facesse a produrre le novità che introduceva nell'arte, quale fosse il percorso della sua creatività, rispondeva: "Io non cerco: trovo." - ndt]
Così possiamo dire che molti grandi artisti e scienziati attribuiscono le loro più grandi, creative opere e scoperte a regni situati al di là della loro consapevolezza ordinaria e vedono se stessi, chi più chi meno, come strumenti attraverso i quali l’ispirazione del divino lavora.



E’ proprio vero, le più grandi menti, al di là della propria preparazione, hanno sempre attribuito i doni del proprio intelletto a Dio, o all’Universo o come dir si voglia.
Riflettevo però, sul fatto che osservandomi intorno, vedo tanta gente che fa poco, lo fa a spese degli altri, e ne attribuisce i meriti al proprio ego….forse, c’è poca comunicazione con il Divino perchè ci sono troppi grattacieli di ego, e quindi il segnale non arriva
E’ stato un piacere,
A presto.
ottima analisi… anche io credo che spesso le persone più geniali sono quelle più umili
[...] ( … prosegue dalla terza parte … ) [...]