Il senso di appartenenza.

youngboy

A volte sentiamo di appartenere ad un gruppo ristretto, ad un elite di persone e ne siamo orgogliosi. Ma cos’è questa (falsa) identificazione? Mentre leggiamo alcuni estratti di un discorso commemorativo al King’s college di Londra nel 1944. fatto da Clive Staples Lewis, possiamo anche ascoltare questa bella canzone di Stefano Poli:

[…] esistono due diversi sistemi gerarchici. Uno è codificato in una sorta di albo che chiunque può leggere, ed inoltre è immutabile. Un generale è sempre superiore ad un colonnello, e un colonnello ad un capitano. Il secondo, invece, non lo troverete stampato in nessun posto. Eppure non si tratta di una società segreta, con cariche e ruoli che verrebbero comunicati dopo l’ammissione. Qui l’ammissione non è formale e riconosciuta esplicitamente. Pian piano, in modo quasi impercettibile, scoprirete che esiste questo ordine e che voi ne siete fuori; poi più tardi, forse, che ne siete dentro. Esiste qualcosa che equivale alle parole d’ordine, ma anche questo è spontaneo e informale. Un gergo particolare, l’uso di particolari soprannomi, una maniera allusiva di conversare, sono i segni di riconoscimento. Ma non sono costanti. Non è facile, in un dato momento, dire con certezza chi sia dentro e chi sia fuori. Alcuni sono evidentemente dentro, altri sono evidentemente fuori, ma ce n’è sempre un mucchio sul confine. […] Non ci sono ammissioni o espulsioni formali.

seminariocomo

[…] E’ una cosa senza un nome definito. La sola regola certa è che quelli che sono dentro e quelli che sono fuori la chiamano con nomi diversi. […] Quando l’appartenenza è molto sicura e relativamente stabile, si identifica con “noi”. […] Dall’esterno, chi dispera di entrarvi la chiama “la combriccola”, oppure “loro”, oppure “Il tale e la sua corte”, oppure “la cricca” oppure “la cerchia esclusiva”. Se siete candidato all’ammissione, è probabile che non la chiamate per niente. Discuterne con gli esclusi vi farebbe sentire un escluso come loro, e parlarne al membro che ne fa già parte e che vi potrebbe essere di aiuto, sempre che la conversazione vada bene, sarebbe pura follia.

Per quanto malamente ve lo possa aver descritto, spero che tutti avrete riconosciuto il fenomeno al quale mi riferisco.

[…] Quanto vado dicendo è piuttosto ovvio. Mi domando se troverete altrettanto ovvia quest’altra mia affermazione: sono convinto che nella vita di tutti gli uomini ci siano dei periodi, e per molti costituiscono l’intero arco di tempo compreso fra la prima infanzia e la vecchiaia, in cui l’elemento dominante è il desiderio di appartenere alla cerchia locale, nonché il terrore di esserne esclusi. Questo desiderio, in una delle sue più diffuse manifestazioni, è stato più volte ripreso in letteratura. Parlo di quell’atteggiamento che va sotto il nome di snobismo.

La narrativa vittoriana trabocca di personaggi tormentati dalla brama di entrare a far parte di quella particolare cerchia che è, o era chiamata, “la società”. Ma va sottolineato che “la società”, in quell’accezione della parola, non è che una delle cento manifestazioni del desiderio di essere “dentro”. […] Essere invitato da una duchessa sarebbe una ben magra consolazione per un uomo cui brucia ancora l’essere stato escluso da un circolo di artisti o comunisti. […] Spesso il desiderio è così ben mascherato che è difficile perfino riconoscere la soddisfazione di chi finalmente è “ammesso”. Gli uomini non fanno che ripetere alle proprie mogli, ma anche a se stessi, che è una tale seccatura trattenersi in ufficio o a scuola per sbrigare un po’ di quel lavoro extra, molto importante, che è stato loro affidato, perché non ci sono che loro, e il tal dei tali, e gli atri due in tutto l’ufficio a sapere veramente come vanno le cose.

 zia-marilin-a-canajoharie

Questa descrizione è eccezionale. Il desiderio di appartenere ad un gruppo o ad una “comitiva” è spesso provato nella fase adolescenziale della vita. Chi non è sicuro di sé, vede il gruppo come un rifugio dove essere apprezzati per il semplice motivo di essere considerato “uno di noi”. Per chi ne rimane escluso, il gruppo è fonte di malessere, di invidie, di gelosie. L’idea di appartenere a qualcosa di “grande” gonfia il nostro ego, non ci permette di vedere la realtà, gli errori ed i nostri difetti. Il gruppo viene considerato “da proteggere”, necessario alla nostra esistenza; per questo spesso si sacrifica la propria personalità:

[…] Mi chiedo se in questo secolo di promiscuità non ci sia stata più di una ragazza che ha sacrificato la propria virtù non tanto in obbedienza ai richiami di Venere, quanto a quelli della “cricca”. E certo, se la promiscuità è diventata consuetudine, sono i casti ad essere gli “esclusi”. Ignorano qualcosa che gli altri conoscono. Non sono degli iniziati. Così, per passare ad argomenti più futili, chissà quanti sono quelli che per la medesima ragione hanno fumato la prima sigaretta o si sono presi la prima sbronza.

[…] per nove volte su dieci l’occasione di diventare un furfante si presenterà, quando si presenterà, in toni niente affatto drammatici. E’ quasi sicuro che non ci saranno persone smaccatamente disoneste a farvi spudorate minacce o allettamenti. L’occasione balena mentre bevete un bicchierino, o un caffé, mascherata da sciocchezza, infilata fra un paio di battute di spirito, uscendo dalle labbra di un uomo, o di una donna, con cui siete da poco in confidenza e che sperate di arrivare a conoscere meglio, proprio nel momento in cui siete tutto preoccupato di non fare la figura del maleducato, dell’ingenuo, o del presuntuoso. Sarà l’invito a fare qualche cosa che non si accorda esattamente con le regole tecniche del fair play, qualcosa che il pubblico, il romantico, ignorante pubblico, non capirebbe mai; qualcosa su cui farebbero gran scalpore perfino i vostri colleghi (gli esclusi, però), ma qualcosa, dice il vostro nuovo amico, che “noi” – e alla parola noi voi vi sforzate di non arrossire di piacere – qualcosa che “noi” abbiamo sempre fatto. E così sarete trascinati, sempre che vi lasciate trascinare, non per avidità di guadagno o di vantaggi, ma solo perché, con la tazza già così vicina alle labbra, sarebbe insopportabile essere di nuovo ricacciati nel freddo mondo di “fuori”. Sarebbe davvero spaventoso vedere la faccia di quel uomo – quel viso geniale, confidenziale, deliziosamente sofistico – diventare improvvisamente fredda e sprezzante, ed accorgersi di non aver superato l’esame di ammissione alla cerchia. E poi, se vi sarete lasciati trascinare, la settimana dopo si tratterà di qualche altra cosa, di un’inezia un pochino più distante dalle regole, e l’anno prossimo di qualcosa ancora più lontano, ma tutto sarà fatto con spirito allegro e amichevole. Potrà finire con un fallimento, uno scandalo, una condanna; potrà finire con milioni, un titolo nobiliare; potrà perfino andare a finire che distribuiate premi alle cerimonie di laurea della vostra vecchia scuola. Ma sarete un furfante.

sperimentare concretamente la pace interiore

Se desiderate far parte di un certo gruppo per una ragione valida c’è una possibilità che siate soddisfatti. Ma se tutto quello che vi sta a cuore è di essere “nel giro”, il vostro piacere avrà vita breve. Il circolo non può avere da dentro il fascino che aveva da fuori. Proprio per il fatto che vi hanno ammesso ha perso l’incanto. Esaurita la novità, i membri del circolo non vi sembreranno più interessanti dei vostri di prima. E perché dovrebbero esserlo? Quello che cercavate non era la rettitudine, o la gentilezza, o la lealtà, o il senso dell’umorismo, o la cultura, o l’arguzia, o qualsiasi altra cosa piacevole. Volevate solo essere “in”. E questo è un piacere che non dura. Quando i vostri nuovi compagni, a forza di frequentarli, vi saranno venuti a noia, vi metterete a cercare un’altra cerchia. E sarà come cercare la coda dell’arcobaleno. La vecchia cerchia d’ora in poi non sarà che la scialba premessa ai vostri sforzi per entrare in un’altra. E scoprirete che è sempre difficile entrare nelle cerchie, per un motivo che sapete bene. Voi stessi, una volta dentro, siete i primi a ostacolare i nuovi candidati, proprio come i vecchi membri avevano fatto con voi. […] la vera ragione di esistere per una cerchia esclusiva è l’esclusione.

Come uscirne? Appartenere ad un gruppo sembra essere un desiderio, appagato o meno, che comunque causa malessere, che ci allontana dalla pace, dal nostro Sé. Lewis consiglia la dedizione e l’amicizia:

[…] L’anelito alla cerchia esclusiva vi spezzerà il cuore, se voi non lo spezzerete prima. Ma se riuscirete a spezzarlo, l’effetto sarà sorprendente. Se nelle ore di lavoro il vostro scopo sarà il lavoro, vi troverete di fatto, senza rendervene conto, nel solo circolo che conta davvero per la vostra professione. Sarete uno dei validi padroni del mestiere, e gli altri colleghi di valore sapranno apprezzarvi. Questo gruppo di professionisti non si identificherà per niente con la cerchia esclusiva, o “la gente che conta” o “la gente che sa”. […] E se nel tempo libero frequenterete solo la gente che vi piacerà scoprirete di nuovo di trovarvi, senza averne avuto l’intenzione, nell’interno caldo e sicuro di una cosa che, vista al di fuori, altro non sembra che una cerchia esclusiva. Ma la differenza sta nel fatto che la sua segretezza è accidentale, e la sua esclusività una conseguenza, e che nessuno dei suoi membri vi è entrato per fascino dell’esclusività, dal momento che si tratta solo di quattro o cinque persone che si piacciono e che si riuniscono per fare cose che piacciono loro. Questa è amicizia. Aristotele le pose fra le virtù. E’ la fonte di una buona metà di tutta la felicità del mondo, e che nessuna cerchia esclusiva potrà mai fornire.

amicizia sahaj

Dovremmo percepirci appartenenti ad un tutto, senza distinzioni di credo, di religione o di nazionalità. La consapevolezza collettiva è un dono che ci permette di superare tutte queste barriere.

Quando l’amicizia è pura, non si hanno aspettative, il rapporto è innocente e libero da interessi. Non è necessario essere sempre insieme come incollati. L’amicizia supera i concetti di spazio e di tempo; anche dopo un lungo periodo in cui non si è frequentato un vero amico, basta un attimo per ritrovare l’armonia dei bei momenti passati assieme.

Quando l’amicizia è pura, senza secondi interessi, non è chiusa rispetto ad altre persone, è qualcosa che si può condividere, più si è meglio è. E’ un sentimento molto simile all’amore universale.

Per questo, per coltivare amicizie e dedizione nel lavoro, non basta imporselo con tutta la nostra forza di volontà. Il senso di appartenenza è alimentato dal nostro ego, vogliamo sentirci identificati con il gruppo. Questo è uno delle tante false identificazioni che l’ego costruisce, per allontanarci dalla realtà, per rimanere padrone del nostro essere.

L’unica via d’uscita per raggiungere questa sincerità nelle azioni e nei sentimenti è la ricerca della Verità. Quando ero adolescente ho provato una grande delusione nel vedere che qualsiasi pensiero potessi fare, passava comunque per la mia razionalità, che sporcava i miei sentimenti e le mie intuizioni. Come se qualsiasi verità potessi raggiungere, non potevo esprimerla né afferrarla.

La ricerca in se stessa non è il fine, moltissimi ricercatori della Verità sono stati truffati da business man della spiritualità, che adornano di belle parole spine che sarà difficile togliere. Come è possibile distinguere se nella nostra ricerca, nel nostro cammino abbiamo incontrato uno di questi truffatori, che spesso dispensano consigli sull’arte di vivere nelle nostre librerie? Come possiamo fare per non essere ingannati? Sette semplici regole sono scritte qui … per trovare la Realizzazione del Sé. Perché solo dopo aver ottenuto la Realizzazione del Sé si può ottenere il giusto distacco che ci permette di amare senza soffocare nessuno:

“…e solo quando c’è il distacco possiamo gioire degli altri perché siamo così distaccati che non vogliamo niente da nessuno, semplicemente abbiamo la gioia d’ogni singola persona, in altre parole sentiamo la gioia dello Spirito di un’altra persona attraverso il nostro. Atmane Vatmane: è soltanto attraverso lo Spirito che noi possiamo gioire di un altro Spirito.” Shri Mataji Nirmala Devi

Ps.: dedico quest’articolo alla mia sorellina Sofia. Spero lo legga con molta attenzione.

Ti è piaciuto l’articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!Puoi votare le notizie anche in questa pagina.
About these ads

Un pensiero su “Il senso di appartenenza.

  1. Purtroppo è vero…e penso che la causa di tutto questo sia anche la grande incapacità di star bene con se stessi, dovuta a complessi di ogni genere. Sia bene inteso, non sto promuovendo l’eremitaggio, ma star bene con se stessi fa parte del realizzarsi, e fa in modo di farci vedere un pò più chiaro ciò che ci circonda.

    Saluti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...