Ispirazione Divina e Arte (parte 2 di 4)

da Knowledge of Reality, Cultura universale e spiritualità (n. 9) di Max Lieberman & Michael McFadden.

( … prosegue dalla prima parte … )

Lo Zen Giapponese riconosce più esplicitamente la connessione tra arte e spiritualità, alludendo con il termine yugen (o vuoto) a ciò che Rodin chiamava mistero e Kandinsky stimmung: la qualità di un opera d’arte. Venne detto che l’opera è limitata spiritualmente se non dimostra lo yugen. I monaci della religione Zen credevano che questa qualità poteva apparire nell’opera di un’artista che aveva provato personalmente l’esperienza Zen, lo ‘zero’, ovvero ‘il vuoto’ nel quale è detto che si può toccare una realtà assoluta. L’arte che esprimeva tale sublime bellezza attraverso la diretta esperienza del divino fu chiamata zenga, ed era apprezzata molto di più di ogni altra opera che, pur creata da un artista che avesse magari una superiore abilità tecnica, mancava tuttavia di una personale esperienza di illuminazione.
Quest’idea dell’artista strumento del divino, o che opera con l’ispirazione del divino è stata, da sempre, una delle indicazioni principali usate dai grandi artisti nel tentativo di esprimere il processo del loro lavoro. Kahlil Gibran, il grande poeta e artista mistico del 20° secolo, toccò due delle metafore dell’antichità per descrivere il processo della creazione di un artista nella letteratura: “Potrò mai io, che sono un’arpa nelle mani dell’Onnipotente, essere un flauto tale che questo Respiro possa passare dentro di me?”. Gibran, forse inconsciamente, ritorna all’antica metafora dell’ArpaShri Krishna Eolica e al mito induista del flauto del Signore Krishna, che illustra potentemente la comprensione popolare di questo ruolo dell’artista. Questa mitica arpa si diceva fosse così finemente tesa da poter essere suonata solo dalle sottili correnti della divina brezza dello Spirito Santo, creando una indicibile meravigliosa musica.
L’Arpa Eolica rappresenta l’artista, la cui anima, finemente accordata e sensibile, risponde alla brezza divina dello Spirito Santo che soffia attraverso le corde, trasformando quello che a molti è invisibile e fuori dalla percezione in musica meravigliosa e incantevole, smuovendo le menti ed i cuori di quelli che altrimenti potrebbero essere insensibili al movimento della forza divina.
L’artista è similmente concepito come uno strumento musicale in un antico mito induista. Radha, la moglie di Krishna, invidia il flauto che è sempre premuto dal labbro del suo amato Signore e domanda al flauto come faccia ad avere tale benedizione. Il flauto risponde che è totalmente vuoto ed arreso alla volontà del Signore Krishna (che rappresenta Dio) e si lascia attraversare da lui nella forma del respiro. I grandi artisti sono concepiti come lo strumento vuoto di Dio, vuoto di egoismo e di desiderio, in tal modo capaci di trasmettere l’esperienza della loro unione con il divino attraverso la ‘musica’ incantevole delle loro opere.
klee L’idea dell’artista come agente di un più alto potere non è ristretta agli antichi, ma è anche espressa negli scritti degli artisti del 20° secolo. Paul Klee scrisse: “La mia mano è, totalmente, lo strumento di una sfera più distante“. Klee non vede ancora il ruolo dell’artista come interamente passivo. Klee, nella sua famosa lettura del 1924 intitolata “L’arte moderna”, usa l’immagine di un albero per descrivere la sua idea dell’artista come mezzo per il “processo di trasformazione della natura”. Egli osserva che: “Dalle radici la linfa risale dentro l’artista, fluisce attraverso lui ed i suoi occhi. Egli è il tronco dell’albero che, afferrato e mosso dal flusso della corrente, dirige la sua intuizione nell’opera”.
Questa linfa è qualcosa di diverso dalla comune immagine, essa è analoga alla brezza del respiro dell’Arpa e al Flauto della metafora; la sua vita dipende da quella sfera più distante, ma ancora facente parte dell’essere, da cui proviene come un albero dipende dalla sua linfa. L’artista è “afferrato e mosso dal flusso” della linfa ed allo stesso tempo produce la sua visione, dominando ed essendo contemporaneamente dominato dal “processo di trasformazione della natura” che è rappresentato dalla linfa. C’è un senso di fusione, di unità con questa forza che riecheggia fortemente le idee di un’unione spirituale dell’artista con il divino, che gli artisti Zen e dell’antichità credevano fosse necessaria per produrre un’arte sublime.
Tutte queste metafore e modi di comprensione del processo creativo presentano il comune tema del vuoto: lo zero dello stato Zen; lo svuotamento del flauto che allude al soffio divino che fluisce all’interno; la possibilità di passaggio della linfa attraverso l’albero.

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