La mia prima volta …in carcere

Shri Mataji

Mercoledì 4 gennaio 2006 mi reco, per la prima volta nella mia vita, in un carcere a tenere dei programmi di Sahaja Yoga.
E’ un’esperienza che desidero fortemente e alcuni giorni prima chiedo a Lucio se posso andare con lui per aiutarlo in questa iniziativa. Quella data, cadendo nel periodo natalizio, è un po’ a rischio: molte guardie sono in ferie e quindi fino all’ultimo non si sa se la cosa può andare in porto.


Il giorno prima chiedo di esaudire questo mio desiderio e puntualmente arriva la telefonata di Lucio che mi conferma data e ora dell’appuntamento.
In orario, come non mai, ci presentiamo accompagnati anche da Daniela, all’entrata del carcere di Velletri, che dall’esterno ha un aspetto non propriamente austero, sembra più una scuola che un penitenziario, sebbene di dimensioni enormi.
Come potete immaginare passiamo almeno tre o quattro posti di guardia dove i nostri nomi vengono diligentemente trascritti su degli enormi registri.charlie chakra
Una guardia, ad un certo punto, molto innervosita, tra le nuvole di fumo che emana la sua sigaretta, comincia a creare problemi quando nota il lettore CD che noi portiamo per sentire la musica. “Eh no, questo non può proprio passare! C’è il tasto per registrare e qui come potete immaginare è assolutamente vietato fare registrazioni! “.
Una rassicurazione convincente del buon Lucio ci fanno superare anche questo ostacolo. Finalmente la guardia ci accompagna al quarto piano nel settore dove i nostri amici ci aspettano. L’accoglienza, in effetti è molto calorosa: “Uhe professò siete arrivati eh!. Cumme state!, avete fatto buone feste?
Mi presento e comincio a chiacchierare con alcuni di loro: un signore napoletano di una cinquantina d’anni, mi colpisce subito con le sue riflessioni. “Sai,” mi spiega, “qui è un po’ difficile meditare. Infatti viviamo tutti in celle da due e se il tuo compagno non fa Sahaja Yoga, allora è ‘nu guaio, ti comincia a prendere in giro , lo sai com’è qui. Io però sono fortunato perché anche il mio compagno segue il corso e quindi meditiamo insieme. Da quando faccio il pediluvio la sera sto molto meglio, anche fisicamente certi miei problemi si sono risolti…”
All’inizio la situazione è talmente naturale che non ti sembra di stare in un carcere, infatti nella saletta siamo da soli, le guardie aspettano fuori anche se con occhi vigili e attenti. Poi però da alcune loro riflessioni capisci che non è poi così normale come sembra.
Nel loro parlare accennano sempre alla vita di “fuori” e alla vita di “dentro”:
Professò, qui dentro non abbiamo sicuramente il problema dello stress o del ritmo sfrenato della vita che ha la gente di fuori. Il tempo per meditare non ci manca, ma il guaio è che c’abbiamo anche un sacco di tempo per pensare!”
Finalmente ci accomodiamo su due file di sedie di plastica disposte all’interno di una sala ricreativa molto fredda ed umida dove trova alloggio anche un bigliardino ed un tavolo.
Shri Mataji, settembre 2007 Appendiamo il nostro omino di stoffa tra le ante di una finestra e fissiamo al muro una foto di Shri Mataji, che, per motivi di sicurezza, non è dotata di cornice.
“Oggi” annuncia Daniela “abbiamo portato una novità in più, la candela e l’incenso che alla fine lasceremo a ciascuno di voi “.
Il modo in cui fanno la fila per prendere quel dono così semplice ed innocente è la testimonianza più chiara ed esauriente di come siano così poco abituati a ricevere un po’ di attenzione .
Non trovando posto nelle sedie a noi riservate, mi metto a sedere in mezzo a loro, mentre altri detenuti arrivano alla spicciolata. “Uhe” accenna un ragazzo indicandomi “ma questo è uno nuovo, da quanti giorni sei arrivato qui?” Risata generale .
Lucio inizia il programma con una piccola introduzione su Sahaja Yoga per un detenuto al suo primo incontro. Sottolinea che questo progetto non è mosso da intenti buonistici ma aspira ad essere un esperimento innovativo di rieducazione sociale e spirituale. “Allora simmo come dei pionieri!” ammicca un altro.
L’attenzione con cui seguono il programma è ammirevole , dimostrano molta curiosità e sono prodighi di dubbi e domande sugli aspetti pratici della meditazione.
Ad un certo punto alcuni si abbandonano ed iniziano a farci confidenze sulle loro esperienze personali.
Un ragazzo siciliano dichiara entusiasta: “Professò, ma lo sai che da quando tengo la foto di Shri Mataji in cella, la mia vita è cambiata, ho risolto più di una situazione difficile che mi dava pensiero”. Naturalmente non chiediamo ulteriori dettagli per discrezione, ma non facciamo neanche in tempo ad approfondire perché i compagni lo inondano di applausi.
Poi un altro: “Quando mi sento triste, passo la mano sinistra sulla fiamma che tengo in cella e mi sento più sollevato!“. Altri applausi.
In realtà, quegli applausi non vengono dalle mani che battono l’una contro l’altra ma è il suono ritmato di cuori che battono, stracolmi di gioia che si abbandonano ad un gioco senza fine, oltre ogni barriera e confine disegnati dalla legge e dal giudizio. Inizio a guidare una semplice meditazione con il sottofondo di musica indiana e di colpo silenzio ed attenzione riempiono la stanza. Li “lavoriamo”, uno ad uno. Ad un certo punto il signore napoletano mi chiama: “Senti, senti la mia mano destra!”
Un intensa brezza fresca mi avvolge e mi meraviglia. Si, perché è proprio la meraviglia di questi momenti così intensi e diretti che nutrono e fortificano il nostro essere. Anche dopo tanti anni in Sahaja Yoga la nostra mente e il nostro cuore esigono e pretendono sempre nuove conferme e, come non mai in questo momento, abbiamo bisogno di ritrovare questa dimensione originale e genuina con l’entusiasmo delle prime esperienze.
La meditazione quotidiana, penso che debba essere come una magia capace di rinnovarsi ogni giorno lasciandoci sempre esterrefatti dei suoi effetti così speciali ed inaspettati.

Sono le 16.00 e dobbiamo andare via. I detenuti ci ringraziano, fanno la fila per stringerci la mano e qualcuno chiede qualche altra foto: “Sai, la voglio dare ad un mio amico. Ce ne ha proprio bisogno! Ah proposito ritornate si, la prossima settimana ?”.

Questa è la cronaca di un momento che seppur nella sua brevità, circa un’ora e mezza, ha suscitato in me molte riflessioni e anche qualche speranza.
Se Sahaja Yoga funziona, come sembra, così bene con quelli che vengono considerati i cosiddetti scarti della società, bè forse c’è ragione di credere che funzioni anche con la cosiddetta parte buona.
E credetemi se il carcere deve svolgere una funzione rieducativa e non punitiva chi, se non il potere delle vibrazioni, può rieducare senza punire e senza giudicare ?

Lorenzo Ghirardi

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6 pensieri su “La mia prima volta …in carcere

  1. Ciao!
    Anch’io che vengo da Bologna insieme ad altri della città stiamo portando avanti, ogni sabato, un programma di Sahaja Yoga in un carcere di Castelfranco, vicino Modena.
    Solo due volte siamo andati, ma è stata già un’esperienza splendida! Le reazioni cambiano da persona a persona – è incredibile quanti preconcetti ci facciamo dei detenuti…sono così amichevoli – ma per ora è accaduta sempre una grande trasformazione. All’inizio sono tutti molto scettici, quasi ci prendono in giro velatamente, e vogliono subito provare a fare tutto, sembra non abbiano pazienza.
    Ma poi, dopo la prima meditazione, ecco lo stupore! Meraviglia! I loro volti sono rilassati, gli occhi diventano luminosi, quasi non riescono a parlare…
    e ugualmente pensano a come potrebbe essere utile al proprio compagno di cella, ai problemi di farla insieme a qualcuno che magari non condivide. Anche per altre ricerche, è bello imparare che è proprio in carcere che si può imparare il valore della collettività.
    E da sempre una grande gioia vedere persone che sono rinchiuse, in se stesse o proprio in una cella, cominciare ad aprirsi a qualcosa di estremamente bello, di divino.
    Un’ultima cosa: dalla mia poca (molto poca) esperienza, ho visto che spesso -lo dice anche Shri Mataji- sono le persone da cui poco ci aspettiamo che sono invece le più pronte a sentire questo dono.

  2. Lo rileggerei altre dieci volte mi sembrava di stare li. questo racconto fa capire quanto e’ meraviglioso potere entrare nella vita di persone che hanno letteralmente annebbiato le loro qualita e non sanno come recuperarle e rimetterle in gioco. ma entrare con sahaja yoga e le vibrazioni in mezzo a loro e’ qualcosa di unico. Anche io ho una esperienza breve di meditare con ragazze giovani, della mia eta’, in un carcere femminile di Bogota in Colombia. Mi ricordo che non sentivo niente di diverso tra me e loro e tra me e altre ragazze che conoscevo al di fuori della realta carcere. Queste persone hanno il diritto totale di conoscere la verita e cioe che esiste una spiritualita che ci accomuna e ci valorizza ovunque siamo. Grazie Shri Mataji!

  3. Grazie Lorenzo.Purtroppo la mia esperienza con i detenuti non è cosi Spirituale come la tua.La vita di un detenuto la conosco molto da vicino anche se fortunatamente non in prima persona ed è importantissimo per loro sentirsi vicino al TUTTO poichè loro spesso da quel TUTTO si sentono esclusi o addirittuta sentono di non meritarlo.Il carcere molto spesso da il colpo di grazia ad una già vacillante Fede e perdendo il contatto con la realtà è strano ma si perde anche il contatto con la Spiritualità.Purtroppo poi spesso , troppo spesso,è rinchiuso in carcere chi commette il “peccato” ma chi sta fuori sconta la pena…Sarebbe bello poter aiutare anche le famiglie di questi detenuti che ogni settimana fanno chilometri in giro per l’Italia e che durante i viaggi per anni si colpevolizzano per ciò che avrebbero potuto o dovuto fare.Grazie Lorenzo per ciò che fate e ciò che ancora farete.Grazie Lorenzo a te e a tutti i veri Sahaja Yogis che come hai detto tu non fanno opere di buonismo a tutti i costi, ma a tutti i costi vogliono che tutti siano buoni nel senso più semplice della parola.
    Grazie Lorenzo.

  4. non so cosa mi abbia portato quà ma sono uscito da nn molto dal “colleggio” e tutto per un futile motivo .. ma commenti a parte , mi sarebbe piaciuto aver avuto modo di conoscervi , in quelle circostanze , li il tempo è come se si bloccasse tiranno per farti riflettere e pensare , le giornate sembrano eterne , e credo anzi sono certo che un’esperienza simile sia davvero di aiuto e un piano rieducativo così sarebbe il modo migliore per ritrovarsi invece di dare tempo alla gente di uscire di li ancor peggio di come si è entrati , li per me è stata più una scuola di malavita che una rieducazione sono entrato che sapevo girare una canna e ne sono uscito che potrei realizzare una rapina …. ciò mi porta a pensare e rifletterci … complimenti anche se nn vi conosco , e siete lontani , una stretta di mano rispettosa è ciò che meritate

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