La morale secondo Carl Gustav Jung, ovvero il Dharma e le regole di giusto comportamento

Nel corso dei secoli l’uomo ha seguito insegnamenti e comandamenti delle varie religioni: ebrea, cristiana, indù o mussulmana. Abbiamo tutti cercato di osservare analoghi precetti morali e spirituali. Dietro nomi e rituali diversi esistono regole universali identiche, nate e percepite spontaneamente dalla profondità del nostro essere.

Nel corso della nostra vita, è necessario riscoprire questo codice di vita, questo Dharma. Finché questo codice rimane concettuale, come un insieme di regole imposte dalla società o dalla religione, non lo vivremo mai naturalmente, con gioia e come una difesa della nostra vita. L’adesione cosciente a queste leggi è essenziale per la sopravvivenza e la crescita dell’uomo. Scostarsene è dannoso per la propria vita, sociale e individuale. Più che regole, sono consigli che dovremmo provare e, una volta verificata la loro bontà, fare nostri.

Shri Mataji lo definisce così: “Il Dharma è la qualità nutritiva dell’umanità. E’ ciò che ha consentito di evolvere dallo stadio primitivo di ameba all’uomo moderno. Questo codice di vita protegge e alimenta la nostra crescita spirituale”.

Queste regole ci mantengono sulla via del centro, dell’equilibrio e coloro che hanno seguito assiduamente questi principi riescono ad ottenere, con maggiore facilità, la loro realizzazione. Coloro che non avevano capito l’importanza del Dharma prima della loro realizzazione, riescono poi ad afferrarne il significato. Dopo la realizzazione, infatti, grazie alle vibrazioni sappiamo come e perché condurre una vita virtuosa. Rimaniamo, tuttavia, assolutamente liberi e giudici di noi stessi. Le vibrazioni espongono fatti, ma sta a noi, alla nostra saggezza, decidere l’atteggiamento da assumere. Se si agisce contro il Dharma possiamo provare nausee o altri disturbi come calore nello stomaco e nella meditazione sensazioni di calore, formicolii, pesantezza sulle mani. Questi fatti sono la testimonianza del mutamento avvenuto nel nostro stato di consapevolezza. Una volta conosciuta la gioia e la pace, l’anima realizzata non si lascia più tentare da cose insulse o futili.

Carl Gustav Jung nasce il 26 luglio 1875 a Kesswyl (cantone di Thurgau, Svizzera) e muore il , 6 giugno 1961 a Bollingen (sempre in Svizzera). La madre e’ di Basilea, il padre, pastore protestante, e’ di origine tedesca (il nonno era professore di chirurgia all’università di Zurigo). Laureatosi in Medicina, inizia la sua carriera psichiatrica al manicomio cantonale e alla clinica psichiatrica dell’Università di Zurigo. Colpito dalle analogie esistenti fra i deliri dei suoi pazienti e i miti delle antiche civiltà Jung si convinse che la coscienza umana si estende ben al di là dei ricordi derivati dalle esperienze personali. Gli studi e le ricerche effettuate lo portano ad elaborare, insieme ad i suoi allievi una complessa teoria psicologica: La Psicologia Analitica. Ecco degli estratti tratti dal testo “psicologia e religione” su quest’argomento:

La causa di questa perturbazione manifesta era una resistenza contro l’elemento femminile rappresentato dall’Anima. Nel sogno della casa del raccoglimento la voce conferma questo fatto. Essa dice: “Ciò che stai facendo è pericoloso! La religione non è la tassa che dovresti pagare per fare a meno dell’immagine della donna, poiché quest’immagine è indispensabile”. L’immagine della donna è esattamente ciò che si chiamerebbe “anima”.

Per un uomo è normale opporre resistenza alla propria anima, perché essa rappresenta, come ho già detto, l’Inconscio con tutte quelle tendenze e tutti quei contenuti che finora erano esclusi dalla vita cosciente. Essi ne venivano esclusi per una serie di ragioni reali e apparenti. Alcuni venivano repressi, altri rimossi. Di regola quelle tendenze che rappresentano il contributo degli elementi antisociali alla struttura psichica dell’uomo – io li chiamo il “delinquente statistico” in ognuno di noi – sono represse, cioè consciamente e deliberatamente eliminate. Ma le tendenze che vengono soltanto rimosse[1] sono generalmente di carattere dubbio. Esse non sono necessariamente antisociali, però non si adattano veramente bene alle convenzioni sociali. La ragione per cui vengono rimosse è ugualmente dubbia. Alcuni lo fanno per pura viltà, altri per moralità convenzionale e altri ancora per motivi di reputazione.

La rimozione[2] è una specie di semiconcio e indeciso lasciar correre le cose, oppure un disprezzare l’uva che non si può raggiungere, oppure un “volgersi da un’altra parte” per non guardare in faccia i propri desideri. E’ uno dei meccanismi principali da cui può formarsi una nevrosi[3]. La repressione corrisponde ad una scelta morale conscia, mentre la rimozione rappresenta una tendenza si può dire immorale a disfarsi di decisioni sgradevoli. La repressione può cagionare pene, conflitti e sofferenze, ma non produce mai una nevrosi. La nevrosi sta sempre al posto di una sofferenza legittima.

Escluso il “delinquente statistico”, rimane il vasto dominio delle qualità inferiori e delle tendenze primitive, appartenenti alla struttura psichica dell’uomo, idealmente meno elevato e più primitivo di quanto lo vorremmo noi. Noi abbiamo certe idee sul modo come un uomo civilizzato, colto o morale, dovrebbe vivere e all’occasione facciamo del nostro meglio per soddisfare noi stessi queste ambiziose esigenze. Ma siccome la natura non ha elargito i medesimi beni a ognuno dei suoi figli, alcuni sono più dotati, altri meno. Così c’è della gente che può permettersi di vivere “rettamente” e rispettabilmente, non si scopre nemmeno un capello nella loro minestra. Generalmente quando peccano commettono dei peccati minori oppure non sono coscienti dei loro peccati. Siamo notoriamente piuttosto indulgenti con i peccatori inconsci dei loro peccati. Ma la natura non è niente affatto indulgente coi peccatori inconsci. Essa li punisce altrettanto duramente che se avessero commesso una trasgressione cosciente. Così, come osservò Henry Drummond, proprio da uomini estremamente morigerati, inconsci dell’altro lato che si cela in loro, si sviluppano umori particolarmente infernali che li rendono insopportabili al loro prossimo. La fama di santità può espandersi largamente, ma vivere con un santo può dar luogo a un complesso di inferiorità o addirittura a un selvaggio accesso di immoralità in individui moralmente meno dotati. La moralità appare come un dono, come l’intelligenza. Non si può pomparla per forza in un sistema nel quale essa non sia innata (sahaj, spontanea ndr).

Disgraziatamente è fuori dubbio che l’uomo preso nel suo insieme è peggiore di quanto egli stesso immagini o desideri di essere. Ognuno di noi è seguito da un’ombra, e, meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto è più nera e densa. Se un’inferiorità è conscia si ha sempre la possibilità di correggerla. Inoltre essa è continuamente a contatto con gli altri interessi, cosicché è costantemente soggetta a modificazioni. Ma se è rimossa e isolata dalla coscienza, essa non viene giammai corretta. Sussiste allora inoltre il pericolo che in un momento di disattenzione erompa improvvisamente. In ogni caso essa resta un inciampo inconscio che fa naufragare i tentativi meglio intesi.

Noi portiamo con noi il nostro passato, cioè l’uomo primitivo e inferiore con le sue bramosie e le sue emozioni, ed è soltanto con uno sforzo considerevole che possiamo liberarci da questo peso. Giunti ad una nevrosi abbiamo da fare invariabilmente con un’ombra considerevolmente intensificata. E per guarire è necessario cercare in che modo la personalità cosciente e l’ombra possano convivere.

Questo è un problema serio per tutti quelli che o si trovano essi stessi in tali condizioni, oppure debbono aiutare degli ammalati a vivere normalmente. La repressione dell’ombra è un rimedio altrettanto meschino quanto la decapitazione contro il mal di testa. Distruggere la moralità d’un uomo non giova neppure poiché si ucciderebbe così la sua essenza migliore, senza la quale nemmeno l’ombra ha un senso. La riconciliazione di questi opposti è un problema di altissima importanza che ha affaticato alcuni spiriti fin dall’antichità.

Così noi sappiamo di una personalità del resto leggendaria del II secolo, Carpocrate, un filosofo neoplatonico la cui scuola, secondo quanto riferisce Ireneo, sosteneva che bene e male sono soltanto opinioni umane e che al contrario le anime, prima della loro dipartita, dovrebbero aver vissuto fino all’ultimo ogni umana esperienza, se volevano evitare di ritornare nella prigione del corpo. Soltanto il completo adempimento di ogni esigenza della vita può riscattare l’anima prigioniera nel mondo somatico del Demiurgo[4]. L’esistenza corporale che assume nascendo è una specie di fratello nemico, dei cui caratteri dovrebbe anzitutto rendersi conto.

Mantenere l’attenzione su sé stessi

Ricordando le parole del Mahatma GandhiLa vera moralità consiste non già nel seguire il sentiero battuto, ma nel trovare la propria strada e seguirla coraggiosamente” possiamo scoprire le nostre regole interne, naturali con l’aiuto della Realizzazione del Sé e dell’introspezione. Per questo è necessario mantenere l’attenzione su sé stessi, costantemente, senza farci turbare da ciò che compiono gli altri. Ecco un altro estratto di Jung:

Siamo convinti che certe persone abbiano tutte quelle cattive qualità che non troviamo in noi stessi, oppure che esse vivano tutti quei vizi che, si capisce, non potrebbero mai essere nostri. Ancor oggi dobbiamo essere estremamente prudenti per non proiettare troppo spudoratamente la nostra ombra; ancor oggi siamo sopraffatti dalle onde delle illusioni proiettate. Un individuo abbastanza valoroso per ritirare tutte queste proiezioni è un individuo che sa in che considerazione tiene la propria ombra. Un uomo siffatto sì è reso schiavo di nuovi problemi e di nuovi conflitti. Egli è diventato per se stesso un serio problema, poiché ora non è più in grado di dire che gli altri fanno questo o quello, che essi sono in errore e che essi devono venir combattuti. Egli vive nella “casa della coscienza di Sé”, del raccoglimento interiore. Un tale uomo sa che qualunque cosa vada a rovescio nel mondo va a rovescio anche in lui stesso, e che col solo imparare a tenere testa alla propria ombra egli ha fatto veramente qualcosa per il mondo. E’ riuscito a rispondere ad una parte infinitesimale dei giganteschi problemi sociali dei nostri giorni, non risolti. La difficoltà di questi problemi sta in gran parte nel veleno delle mutue proiezioni. Come è possibile che qualcuno veda chiaro quando non vede nemmeno sé stesso, né quelle tenebre che egli stesso proietta inconsciamente in ogni sua azione?

Queste parole fanno venire alla mente quelle di Gesù “Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?” [Luca 6,41]. Mantenere un’attenzione stabile ha un significato ben preciso. Non significa guardare di qua o di là. E’ utile ritirare la nostra attenzione da ciò che ci disturba, proprio come nel rumore riusciamo a sentire la persona che ci sta parlando, o riusciamo a seguire una persona in una folla. È come essere segregati in una casa tetra e non riuscire a trovare il modo di uscirne. Chi si è spaccato la testa sbattendo contro i muri nell’oscurità, capisce e pensa: “No, guarda verso la porta. Tieni l’attenzione sulla porta, sulla via che conduce alla porta. Prima di tutto elimina ciò che ti sta tormentando interiormente. Lasciati tutto alle spalle e vai avanti, lasciati alle spalle ogni secondo, ogni momento trascorso, vivrai ogni preciso istante. “

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I condizionamenti

Schiavitù e ossessione sono sinonimi. Sempre esiste nell’anima qualcosa che prende possesso, e che limita o sopprime la libertà morale. Per nascondere a se stessi questo dato di fatto vero, ma molto spiacevole da un lato, e per darsi dall’altro lato il coraggio di essere liberi ci si è abituati alla locuzione veramente apotropaica: “Io ho la tendenza o l’abitudine o il risentimento” invece di costatare sinceramente: “La tendenza o l’abitudine o il risentimento ha me”.

Quest’ultimo modo di esprimersi ci costerebbe, è vero, oltre a tutto anche l’illusione della libertà. Ma io mi domando se questo non sarebbe meglio, in un senso più elevato, che annebbiarsi, oltre a tutto, il cervello con il proprio linguaggio. Infatti e in verità noi non godiamo di una libertà senza padroni, bensì siamo costantemente minacciati da certi fattori animici che possono, come certi fatti naturali, impadronirsi di noi. Il riprendere molto a fondo certe proiezioni metafisiche ci abbandona quasi senza aiuto a questo avvenimento, in quanto ci identifichiamo immediatamente con ogni impulso invece di applicargli il nome di altrui, col che esso sarebbe tenuto discosto almeno della lunghezza di un braccio e non potrebbe impadronirsi immediatamente della cittadella dell’Io. Dominazioni e potenze sono sempre presenti, noi non possiamo produrle, né abbiamo bisogno di farlo. A noi è veramente demandata la scelta del Signore, che noi vogliamo servire onde il servizio suo ci protegga dalla signoria degli altri che noi non abbiamo scelto: Dio non viene prodotto ma scelto.

Come correggiamo la crescita di una pianta, con dolcezza e pazienza, possiamo correggere le nostre abitudini, per ottenere la libertà. Non la libertà di fare qualsiasi cosa,  a cui aspira l’uomo modesto, ma la libertà dal nostro ego e dai nostri condizionamenti. Come diceva Friedrich Nietzsche “ogni abitudine rende la nostra mano più ingegnosa e meno agile il nostro ingegno”, dovremmo dosare le nostre abitudini, selezionare solo quelle che fortificano il nostro fisico ed il nostro carattere e non dipendere mai da esse.

Attraverso la meditazione in consapevolezza senza pensieri e alle vibrazioni che la Kundalini risvegliata ci comunica sulle nostre mani, possiamo fare introspezione e osservare  i nostri difetti. Questo è il primo passo, a volte può essere spiacevole conoscere ma è necessario per il nostro miglioramento. Poi con l’arsenale delle tecniche di Sahaja Yoga possiamo aiutare i chakra che sono alla base del nostro sistema energetico e psichico. Osservando le nostre abitudini nocive, possiamo cominciare a limitarle in maniera dolce, eliminando dapprima il superfluo; questo fatto senza dare possibilità al nostro ego di reagire.  Con tre passi possiamo migliorarci e con pazienza possiamo correggerci come fanno i maestri zen con i bonsai.



[1] processo per cui vengono resi inconsci (spostate appunto nell’inconscio ndr) idee, impulsi, ricordi, ecc., che costituirebbero altrimenti fonte di angoscia e senso di colpa.

[2] processo (semi ndr) consapevole che tende a escludere dalla coscienza pensieri, affetti o comportamenti sentiti come inopportuni, vergognosi o dolorosi.

[3] disturbo della sfera psicofisica che si manifesta con quadro sintomatologico caratterizzato da stati di ansia, da fobie e psicopatologie comportamentali e da alterazione delle funzioni organiche.

[4] nel pensiero di Platone, l’artefice dell’universo e nelle dottrine gnostiche e neoplatoniche, l’ordinatore (il preservatore ndr) del mondo creato dalla divinità suprema.

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6 pensieri su “La morale secondo Carl Gustav Jung, ovvero il Dharma e le regole di giusto comportamento

  1. Bellissimo e complesso..Sono tanti gli argomenti che mi piacerebbe approfondire. Sono tante le difficoltà che incontro lungo il cammuno e a volte l’ostacolo più grande è rappresentato proprio da me stessa. Certo che la meditazione è di grande aiuto e fare introspezione è fondamentale ma gli stimoli a cui siamo sottoposti sono così tanti che ciò non basta. Ma è già tanto riconoscerlo e non abbassare la guardia!

  2. Incredibile…Hai messo in evidenza alcune citazioni di jung e Gandhi che anch’io ho accostato e sottolineato in passato .Ci sono grandi riferimenti agli insegnamenti di Sahaja yoga in questo volume di Jung , come anche in altri suoi scritti.

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