Come la purezza può sconfiggere anche la morte

Savitri prega YamaLa versione più vecchia della storia di Savitri e Satyavan si trova nel Libro della Foresta del Mahabharata, un poema epico indiano antichissimo.
Questa bellissima storia evidenzia come la purezza di cuore permetta di vincere tutte le paure e persino, come in questo caso, di affrontare e vincere l’illusione della morte.

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Il re di Madra, Ashwapati, non aveva avuto figli e per propiziarsi le benedizioni del dio Sole, Savitr, aveva vissuto come asceta per molti anni,  facendo offerte allo stesso Dio. Infine, compiaciuto dalla sua dedizione, Savitr apparì ad Ashwapati e gli concesse una grazia: “Molto presto sarai benedetto dalla nascita di una figlia”.
Ashwapati fu estremamente felice di ricevere quella notizia e appena la figlia nacque le diede il nome di Savitri, in onore del dio.

Savitri cresceva splendidamente ed era molto ricca di virtù e di talento per le arti, ma era anche molto timida ed evitava le compagnie maschili. Lei era profondamente devota ai suoi genitori e mai immaginava che un giorno si sarebbe dovuta separare da loro.
Ma, ahimè, quel giorno arrivò. Ormai giunta all’età di matrimonio, dovette rassegnarsi all’idea di dover lasciare la sua adorata famiglia. Lei, però, accettò il suo destino ad un patto, ovvero di poter scegliere da sè il marito.
Il padre acconsentì di buon grado perchè, conoscendo la virtù e la saggezza della figlia, sapeva che avrebbe fatto la scelta più giusta.

E così, Savitri partì per il pellegrinaggio con al seguito un gruppo di fedeli servitori. Attraversarono diversi regni confinanti e non, fermandosi presso le famiglie più nobili, affichè Savitri potesse incontrare i loro rampolli.
Ma che dir si voglia, nessuno di codesti nobili pretendenti sembrava soddisfare la giovane principessa.
Quando, un giorno, recandosi presso un certo paese, lungo la strada lei intravide un giovane e povero eremita. Immediatamente sentì il suo cuore fremere di gioia e null’altro colmò più la sua mente se non il ricordo di quel giovane. Savitri desiderava ardentemente di poterlo incontrare di nuovo al ritorno dalla missione.
E così fu. Nuovamente, sulla via del ritorno, il giovane eremita riapparve davanti ai suoi occhi e a questo punto, la giovane principessa non potè più trattenersi dall’esultare e dichiarare che quello era l’uomo che voleva sposare.

Immaginate lo stupore di tutti, incluso il padre! Lei, una principessa, che senza indugio aveva scartato principi e nobili, per sposare un giovane mendicante! Tanto innocente e pure era la ragazza, che poteva solo essere attratta da un’altra anima altrettanto innocente e pura.
In effetti, quel giovane altri non era che Satyavan, il figlio di un re esiliato. Questo re, Dyumatsena, aveva perso completamente la vista e a causa di ciò, uno dei suoi fratelli ne aveva approfittato per impadronirsi del trono e mandarlo in esilio. Suo figlio Satyavan era una persona nobile e pura di cuore e passava i suoi giorni prendendosi cura devotamente dei suoi genitori.
Giusto in quei giorni il saggio Narada era capitato alla corte di Madra (ma guarda un po’ che i saggi arrivano sempre a proposito!). E predisse che una scelta peggiore non poteva essere fatta, in quanto il giovane Satyavan era destinato a morire da lì ad un anno.
Ma non ci fu verso di scoraggiare l’intrepida Savitri e le nozze furono celebrate molto presto.

Così, Savitri lasciò dietro di se le memorie e le ricchezze di corte per vivere nella foresta con il suo adorato marito, prendendosi devotamente cura dei suoceri proprio come se fossero i suoi stessi genitori.
Il tempo passava e, pur gioiendo di ogni attimo speso con Satyavan, il giorno profetizzato si avvicinava sempre più e tre giorni prima che giungesse, Savitri decise di digiunare per rimanere vigile e pronta.

Arrivato il giorno fatale, Savitri chiese al suocero di poter andare nella foresta con il marito e, siccome non aveva mai chiesto nulla fino ad allora, Dyumatsena acconsentì.
Savitri e Satyavan si inoltrarono nella foresta e come procedevano passo dopo passo, un sentimento di ansietà si diffondeva nel suo cuore. Ad un certo punto, mentre tagliava della legna, Satyavan mise la mano sul petto e si accasciò al suolo senza vita.
Ecco che dinanzi a giovane già Yama, il dio della morte, era pronto a prendere con sè la sua anima. A nulla servirono le suppliche di Savitri per desistere dal suo incarico e restituire la vita a Satyavan.
Yama prese con sè l’anima di Satyavan e si avviò per il suo cammino e non si accorse subito che Savitri lo stava seguendo. Allorchè se ne accorse cercò di convincerla a desistere, ma lei, senza esitazione, recitava sagge formule e offriva la sua devozione al re del Dharma, Yama stesso, e via dicendo.
Yama, colpito da tanta dedizione, decise di concederle delle benedizioni, eccetto la vita di Satyavan.
Così lei cominciò prima chiedendo di restituire la vista al suocero e poi il suo regno.
Poi chiese un centinaio di figli per suo padre.
E, spassionatamente, un centinaio di figli per lei e Satyavan. A quel punto, Yama rimase un po’ confuso dalla richiesta, perchè sarebbe significato indirettamente concedere la vita a Satyavan, per cui rispose di chiedere qualcos’altro, ma dimenticando  stavolta di dire “eccetto la vita di Satyavan”. Cosicchè, a questo punto, immediatamente Savitri chiese di restituire la vita a suo marito.
E Yama non potè fare a meno di realizzare il desiderio della coraggiosa e saggia Savitri.

Quando Savitri ritornò dal marito, lui naturalmente si riebbe come se fosse caduto nel sonno e non sapeva nulla di ciò che era successo.
Raggiunsero insieme i suoceri; nel frattempo il suocero aveva riacquistato la vista, l’usurpatore era morto e poterono tutti insieme ritornare nel loro regno per vivere in gioia e prosperità.

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