Leone e il dharma

“La sua vita fu nobile, e gli elementi erano così ben disposti in lui che la Natura potrebbe alzarsi e proclamare al mondo: Questo fu un uomo!”

William Shakespeare, Giulio Cesare, V, 5


“La sua arte quasi aderisce ad un sacro dovere, quello di ascoltare e trasferire al lettore o interlocutore la voce eterna e sapiente del Sè interiore.”

Adriano Ercolani, mio fratello e letterato

Non credo che i genitori di Tolstoj avrebbero potuto prenderci di più nel decidere il suo nome...Lev…Leone… forse lo scelsero come fanno gli indiani che aspettano di vedere il bambino per capire quali saranno le sue caratteristiche principali… nel suo caso la grandezza morale… il coraggio,  la regalità,  la dignità interiore. Questo per me ha rappresentato colui che risulta difficile chiamare solo grande scrittore, grande anima sarebbe ancora una volta più adatto!

Penso che a Tolstoj appartenesse fortemente il motto kantiano “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”; a mio parere nessuno meglio di lui è riuscito a rappresentare  il senso di responsabilità verso la propria integrità e quella della società in cui si vive, ciò che in India viene racchiuso in un unica parola, “dharma”. Niente a che vedere con quello che spesso superficialmente viene inteso come dovere; sicuramente stiamo parlando di un insieme di regole e di limitazioni, ma innanzitutto dovrebbe trattarsi di qualcosa che conosciamo o meglio di cui abbiamo la consapevolezza, qualità che abbiamo scelto e sviluppato dentro di noi, mentre solitamente la nostra etica ha poco di deciso. E’ composta più che altro da condizionamenti, cioè l’insieme delle cose che ci influenzano più o meno consciamente, a partire da quello che  ci propina la televisione, per passare poi all’educazione familiare e scolastica, alle esperienze della vita che ci hanno portato a decidere se una cosa è giusta o sbagliata, o se è meglio o no farla. Niente che abbia un valore di assolutezza; così si arriva a dedurre che il giusto è relativo, e spesso legato al nostro utile. Nella società varia a seconda di quello che l’elite al potere sceglie ed impone, optando per gli istinti più bassi della gente comune, tutto quello cioè che apparentemente è più desiderabile, più facile da raggiungere garantendo il massimo del piacere con il minimo dello sforzo, soprattutto interiore. Questa gente sente allora di aver ottenuto il permesso per agire in un certo modo ( illegalità, corruzione..) perchè loro sanno che anche noi faremmo lo stesso, potendo; ci si naconde poi  dietro l’ipocrisia che non permette di arrivare all’indignazione, che non fa uscire allo scoperto. Smascherare significherebbe anche smascherarsi, far venire alla luce il peggio di sè in cui troppo spesso si indulge, ed imporrebbe poi un’integrità che nessuno in fondo sente di avere.

Lui sì che cell’aveva, l’integrità, e grazie al suo dharma intatto, con estrema lucidità si scagliò contro  il peggio che alberga nell’essere umano,  e con più forza contro il suo nobile ambiente, quello dell’aristocrazia ottocentesca detentrice del potere e quindi doppiamente colpevole e maggiormente pericolosa perchè in possesso dei mezzi per vivere contro il dharma, non solo del desiderio e dell’istinto.

In maniera estemamente lucida, profonda, analizzandone tutti i possibili aspetti, Tolstoj scaldaglia il “dharma” rendendolo protagonista del suo ultimo capolavoro “Resurrezione”.

La storia racconta del ritorno alla vita, appunto, di uno degli odiati principi dall’esistenza inutile, che si riscatta difronte a sè stesso e alla colletività salvando l’ anima di una donna che aveva coinvolto nella sua bassezza. Seducendo la giovane Katia  infatti, innocente cameriera delle zie, condizionato dal suo ambiente dove cose del genere avvenivano tutti i giorni e con il beneplacito degli astanti,  dà inizio ad un percorso di vita falso  e doloroso per entrambi di cui si renderà conto a distanza di anni quando rincontrerà la donna per caso. Lui ha ormai soffocato etica e moralità a favore di una vita senza troppe domande tra agi e mollezze, lei è diventata una prostituta coinvolta come imputata  in un processo per  aver partecipato all’ omicidio, non commesso, di un cliente. I due si riconosceranno durante il processo in cui lui fa parte della giuria.

Il percorso di resurrezione dei due ha quindi inizio in un tribunale, dove dovrebbe essere amministrata la giustizia; ma Tolstoj ci fa subito vedere che non è all’esterno che la si può ottenere. Non solo mette in luce come è facile cadere nell’errore giiudiziario solo per l’incompetenza di giudici e giurati, ma sottolinea subito come  il carnefice, colui che ha decretato la triste vita  di questa donna, si trovi nella condizione di dover giudicare la sua vittima!

Saranno Katia ed il principe Nechljudov a dover fare i conti con se stessi da soli: lui cercherà di placare questo bisogno di riscatto in vari modi, donando la propria terra ai contadini, rinunciando alla sua agiata vita.  Egli arriverà anche a decidere di sposare Caterina e seguirla in Siberia per cercare di alleviare i suoi sensi di colpa ed i difficili anni da trascorrere ai lavori forzati. Ma ancora una volta Tolstoj ci dice che all’esterno è difficile che la giustizia trionfi anche quando un’azione è mossa dalle intenzioni più alte; i contadini delle sue terre non riusicranno a comprendere il suo gesto fino in fondo e anzi si mostreranno ostili e diffidenti, Caterina non accetterà la sua proposta ma deciderà a sua volta di sposare un altro condannato per non gravare su di lui e costringerlo ad un cambiamento così duro.

Ancora una volta le vicende della vita non seguiranno il corso dei progetti di Nechljudov; lui stesso sente di non riuscire a trovare pace solo cercando di rimediare all’accaduto e decidendo di cambiare vita. Il vero canbiamento può essere solo all’interno, a livello di una maggiore consapevolezza; cercherà conforto nella religione ma anche lì ne vedrà le contradddizioni ed i limiti. Troverà la sua soluzione nelle parole di Gesù che può essere visto anche dai meno religiosi come un simbolo, un archetipo di rivoluzione delle regole, di portatore della libertà ottenuta con la forza del perdono, che ci affranca dalle catene del passato, e dell’amore che ci permette, se disinteressato e rivoltà all’intera umanità, di essere  luce di verità e giustizia assoluta.

Un pensiero su “Leone e il dharma

  1. Brava Marta!…
    sia nell’esporre i concetti che nel metterci davanti ai nostri limiti semplicemente commentando la vita di un “Grande”!

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