Come ti metto su una rivoluzione (anche interiore)

La ricerca della verità, prima di tutto e soprattutto, poi una lucida ed incessante analisi di sè stesso, un’autorevolezza e severità nei confronti dei propri errrori e e debolezze pari soltanto allo sforzo di comprendere e tollerare il punto di vista dell’altro. Queste credo le qualità, non innate bensì ottenute con un grande lavorio interiore, che portarono Ghandhi ad essere un grande rivoluzionario….fuori e dentro di sè.

Ho finito da poco di leggere “La mia vita per la libertà”, un vero e proprio diario del percorso che fece Ghandhi per arrivare ad ottenere quello che voleva; liberare il suo paese in maniera non-violenta, attraverso il satya-graha, la forza della verità. Ovviamente è interessantissimo scoprire quali furono nei dettagli le riflessioni e le risoluzioni che lo condussero a riuscire a diffondere in tutta l’India un comportamento tanto illuminato e così risolutivo, ma le sue parole mi hanno anche aiutato a capire quali qualità e modi di pensare dovremmo cercare di risvegliare ed incoraggiare nella nostra Italia. Il Mahatma potrebbe e dovrebbe a merito essere considerato un modello di uomo di stato così’ come di cittadino esemplare; siamo tutti tremendamente stufi della classe politica italiana sicuramente simile a quella di tanti altri Paesi, con l’aggravante secondo me che dalle nostre parti c’è una forte mancanza di un senso dell’etica che altri popolazioni possiedono forse in maniera più innata.

 Come prima cosa mi ha impressionato la sua profonda onestà di ricercatore della verità; non aveva pregiudizi su dove questa potesse essere, ma sapeva che tutto dipendeva dall’averla sempre come linea guida per riconoscere gli errori propri ed altrui. Questà Verità non era un insieme di parole,  il desiderio di lei pulsava ardentemente nel suo cuore insieme ad un senso del dovere nei confronti degli altri molto radicato. Da bambino per esempio era convinto che gli Indiani si fossero ritrovati soggetti al potere britannico perchè troppo deboli fisicamente, non abituati a mangiare la carne come gli occidentali. Il giovane Mohandas decise allora di diventare carnivoro di nascosto da i propri genitori che appartenevano ad una famiglia induista di stretta osservanza: nonstante fosse convinto della bontà del suo obiettivo non riuscì a portare avanti a lungo questa scelta; sapeva che i genitori non avrebbero approvato e decise di rimandare, non poteva ingannare qualcuno, neanche per una giusta causa. E così decise di fare per il resto della sua vita.

La sua onestà di ricercatore lo portò a sperimentare continuamente e su qualsiasi argomento, dalla dieta alla medicina; non era facile preda del condizionamento, e  la sua obbiettività lo aiutò a risolvere tante questioni politiche oltremodo intricate. Era convinto che la rettitudine fosse strettamente legata al progressivo controllo su passioni e piaceri in modo da potersi distaccare il più possibile da tutto ciò che tende  a ridurre l’uomo in schiavitù e poter essere così davvero “libero”. In questo modo riuscì a mantenere uno sguardo lucido sul mondo ed i suoi accadimenti, oltre a tentare la via dell’evoluzione spirituale. Uno dei campi dove fece più esperimenti fu proprio quello del cibo: arrivò a mangiare sole noci e frutta fresca proprio per cercare di distaccarsi dai piaceri del cibo, oltre al fatto che una dieta del genere lo aiutò anche a perseguire l’obbiettivo della rinuncia al piacere carnale, tanto che arrivò a scegliere il Bramacharia, la castità fisica nei rapporti con le donne.

Pur essendo e lavorando da avvocato non si fece mai pagare per la sua attività sociale che condusse per buona parte della sua vita a suon di petizioni e denunce, cioè attraverso le vie legali; le sue battaglie erano però così pure e disinteressate da riuscire sempre a cogliere nel segno, anche perchè il suo atteggiamento nei confronti dell’antagonista britannico non fu mai ostile o carico di rabbia, tanti dei suoi collaboratori erano inglesi e durante la prima guerra mondiale scelse di appoggiare il governo di Sua Maestà fornendo una compagine indiana che si sarebbe occcupata di guidare le autoambulanze e curare i feriti. Molti lo criticarono; questa posizione andava contro il suo professare  la non-violenza, ma a lui in quel momento senbrava più correttto non tradire la Corona. Riuscì ad ottenere così tanto perchè era severo e rigido solo con se stesso; la colpa dei problemi con il Regno Unito non era degli Inglesi ma del loro sistema governativo che combattè senza considerare gli inglesi come dei nemici. Anche il suo stile di vita non lo impose mai a nessuno, erano gli altri a seguirlo affascinati dal vento di fresca libertà che emanava.

Libertà che ricercava nella sua totalità: già da giovane provava a dipendere il meno possibile dai soldi imponendosi uno stile molto morigerato di vita, ma anche dagli altri imparando a fare tutto da solo; cucinare, cucirsi i vestiti…un’impostazione che lo portò alla campagna di boicottaggio del governo inglese; nel suo ashram cominciarono tutti a tessere e filare per rendersi indipendenti dai prodotti provenienti dall’ Inghilterra.

Lo so che non è facile essere sempre e comunque aderenti ai propri principi, ma credo che la lezione ghandiana sia soprattutto un modo per capire che per cambiare il mondo bisogna prima cambiare sè stessi, senza mai, mai scendere a compromessi.

2 pensieri su “Come ti metto su una rivoluzione (anche interiore)

  1. bellissimo l’articolo e , come sempre, sagge parole le tue che condivido sempre. Siamo sempre così rivolti verso l’esterno e bravissimi a giudicare ciò che gli altri fanno e a vedere in negativo tutto ciò che ci circonda. Invece dovremmo cominciare tutti a vedere tutto ciò che di bello e positivo c’è intorno a noi e dove le cose non vanno impegnandoci per cambiarle in meglio sia in noi stessi che nel mondo che è fuori di noi.

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